venerdì 30 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono - Only Lovers Left Alive

Dovrei averlo già detto da qualche parte in questo blog, ma a costo di ripetermi, vorrei dichiararlo ancora. I miei grandi classici sono fondamentalmente tre: Il Ritratto di Dorian Gray, Dracula e Frankenstein. Questo vi dice molto su quanto mi piaccia il genere horror, ovvero mi piace il classico: niente strilli e colpi di scena fatti solo per farti prendere "un colpo", ma quel generale senso di inquietudine che ti fa riflettere sulle tue convinzioni su bene e male... la meraviglia!

Ho sempre sofferto molto la presenza del vampiro "pop" che le ragazzine amano, e che possiamo chiamare per nome e cognome: Edward Cullen. Non nego che un certo pubblico possa apprezzare i temi che la saga della Meyer espone, ma la verità è che il mito del vampiro non ha niente a che fare con l'astinenza, la castità, e soprattutto il brillio, almeno non quello che mi ha sempre affascinato.

Da questi presupposti ero partita molto positiva nell'andare a vedere Solo gli amanti sopravvivono, e non sono rimasta affatto delusa.
Ammetto che la presenza di Tom Hiddleston è stata un "accelerante", o meglio è stato ciò che mi ha fatto conoscere il film e, insieme a Tilda Swinton, forse l'ha reso interessante per tutta una quantità di spettatori, ma non cambia la sostanza: il film è un piccolo capolavoro, e ora vi spiegherò perché lo penso.





Il film non ha una vera e propria trama, ma segue uno spaccato della vita di due vampiri, Adam ed Eve. Pur vivendo lui a Detroit e lei a Tangeri, sono insieme, sposati almeno tre volte nel corso dei secoli. Adam fa il musicista, e attraverso l'aiuto del suo agente/produttore fa conoscere la sua opera al mondo in maniera anonima, e di quando in quando si rifornisce di sangue all'ospedale locale. Eve passa il suo tempo a leggere e annegare nella bellezza, di quando in quanto facendo visita ad un vecchio amico, un vampiro molto molto anziano, che la aiuta ad avere scorte fresche e buone dal "dottore francese" in Algeria. È quando Eve sogna sua sorella Ava che inizia ad impensierirsi, e sentito Adam, va da lui a Detroit, dove appunto Ava è diretta. Il suo arrivo scatena una piccola serie di eventi che ci accompagna nella narrazione, e infine di nuovo a Tangeri, dove veniamo accompagnati al finale che arriva in maniera a mio parere perfetta.




La contrapposizione tra Adam ed Eve è una delle tante cose bellissime di questa pellicola. Adam è sempre vestito di nero, e vive in un appartamento buio, di colori scuri e pesanti. Porta un piccolo teschio bianco al collo, unica nota di quel colore, così come l'unica nota nera di Eve è un piccolo teschio nero ad un braccialetto. Adam vive della sua musica, circondato da tecnologia vecchia ma sempre in evoluzione dato che ci lavora costantemente per poterla mantenere in funzione nonostante l'obsolescenza. È malinconico e meditativo, silenzioso ma profondissimo, pieno di ricordi spesso dolorosi e con il costante pensiero della morte, della fine, che lui non può avere se non auto-inflitta. Eve, al contrario, vive in un appartamento illuminato, pieno di libri e ha un cellulare all'ultimo grido. Vive della bellezza della città in cui vive e della bellezza della letteratura, è felice e ama la vita, non vede la sua eternità come una maledizione ma come la possibilità di vivere più tempo e forse più intensamente.
I due amanti o meglio i due sposi vivono separati ma sono sempre veramente uniti. Lei sa benissimo quanto potrebbe costare a lui spostarsi, perciò lo fa per lui, è il motore della coppia così come è colei che è veramente legata alla vita, dei due. È affascinata e innamorata di lui tanto da cercare di fargli capire il suo punto di vista non per cambiare il suo ma per permettergli di essere felice. 




Ciò che profondamente li accomuna è ciò che probabilmente attira un certo tipo di pubblico, tra cui mi ci metto anche io, e anche una delle grandi forze di questo film: la malinconia per un passato rovinato dalla modernità, un passato ritenuto inutile o non importante. Adam è lo scienziato, dei due, ma ha una fortissima nostalgia. Ammira i grandi che sono stati rigettati dalla società perché erano innovatori, piange la trasformazione di teatri e luoghi di cultura in parcheggi ed è triste per le fabbriche vuote e la mancanza di vita nell'economia di Detroit. Eve ha scelto di vivere in una città piena di colori e profumi, di musica intossicante e di bellezza, e anche se per lei l'immortalità è continuare a vivere piuttosto che essere costretti a vivere, e nonostante sia l'ottimista e dica più volte che a suo parere tutto rinascerà, vive comunque in libri antichi, in musica che richiama antiche civiltà. Una scena bellissima è quella in cui impacchetta i suoi libri preferiti come bagagli per raggiungere Adam.





Vere chicche di questo film sono le due guest star principali, John Hurt e Mia Wasikowska, e i loro personaggi. John Hurt interpreta un vecchio vampiro, un vampiro veramente vecchio e invecchiato, pieno di ironia e di talenti (scopriremo che si tratta di un personaggio famoso... ma non vi anticipo chi), mentre Mia è Ava, la sorella di Eve. Ava è un simbolo di ciò che potrebbe andare storto, per un vampiro. È colei che se ne frega del passato così come del futuro, che vuole soltanto stare bene e fare quello che le piace, senza tenere conto delle conseguenze. È l'edonista, l'egoista, la distruttrice, ciò che Adam detesta e Eve teme. 




Tutto questo però non significa che il film sia triste o noioso. La narrazione scorre lenta ma mai monotona, Tom Hiddleston mantiene un contegno e un'espressione ombrosa che in alcuni casi è così ironica e divertente che più di una volta strappa un sorriso o una risata. Adam ed Eve usano pseudonimi letterari che per gli amanti dei classici sono dei veri e propri omaggi. Ava è una causa talmente persa che a tratti fa persino pena, e il giovane produttore e agente di Adam è molto dolce e divertente. John Hurt è forse il più ironico e con le battute più pungenti di tutti quanti, ed è un peccato vederlo così poco in scena.
Altre scene divertentissime sono quelle di Adam e del suo travestimento da Dottore alla ricerca di sangue. Ho trovato spassosissimi gli pseudonimi che usa, ma probabilmente il mio senso delle humour è un po' troppo british.



Le ambientazioni, dall'appartamento di Adam alle strade notturne di Tangeri, sono di una bellezza sconfinata, creando quella sorta di fascinazione che ogni buona storia di vampiri dovrebbe creare. La musica, soprattutto l'ultima canzone che si sente nel film, rendono il tutto misterioso, magico, malinconico e un po' malaticcio. 
Altra cosa che ho molto apprezzato è stato mantenere alcuni degli "stereotipi" del vampiro in maniera intelligente, come chiedere di essere invitati in casa.

Concludo con il mio apprezzamento per la scena finale o meglio proprio per l'ultimo fotogramma, l'idea che il film si concluda in quel modo ci da l'idea della continuazione della vita di questi due personaggi e di quanto ciò che abbiamo visto sia stato fondamentale eppure quasi niente di fronte all'eternità e al bisogno di sopravvivere, e di vivere.

Quante stelline gli diamo? Beh, una valanga! Consigliatissimo è dir poco.

Tutte le stelline che si merita un bel film.



martedì 14 gennaio 2014

Sherlock, serie 3 - pensieri e riflessioni! parte 2 - The Empty Hearse

Episodio 1 - The Empty Hearse

Il primo episodio è andato in onda il primo giorno dell'anno 2014. Invece di vederlo sola soletta, ho seguito la diretta con un giusto gruppetto di amiche, e devo dire che è stato ancora più emozionante. La BBC, da buon canale pubblico quale è, non prevede pubblicità (i suoi introiti primari non derivano da quella, come nelle tv private, ma dal canone), quindi dopo la voce suadente dell'annunciatore, la scena si apre direttamente sullo stesso momento della caduta dal tetto dell'ospedale St. Bart's della fine di The Reichenbach Falls. 

Geniale, a mio parere, partire dalla spiegazione o meglio farci credere di aver iniziato con quella: sono passati due anni, non frapponiamo indugi! Devo confessare che al Bacio tra Sherlock e Molly (sì con la B maiuscola, come altro definirlo?) ho subito sentito puzza di imbroglio: questo Sherlock non avrebbe mai e poi mai fatto una cosa del genere, anche se sulla scena è una cosa veramente stupenda.


"AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH" fu il grido che si sentì fino a casa dei vicini.

Ed eccoci però ripiombare nello sconforto: non era vero, era solo una possibile spiegazione del nostro Anderson. Sherlock è ancora ufficialmente morto, nessuno è convinto pienamente che tornerà mai, solo un piccolo gruppetto di ammiratori scalcagnato chiamato The Empty Hearse - non un omaggio quindi alla Casa Vuota, che però sarà più avanti (lo leggerete nella quarta e ultima parte). Non solo: Anderson è frustrato e triste, Lestrade ha la tipica espressione di chi non vuole illudersi, ma allo stesso tempo ne avrebbe bisogno, e Mrs Hudson è rimasta l'unica inquilina di Baker Street, che nessuno va mai a trovare. Stanno tutti tentando di convivere con il dolore, la perdita, il rimorso. E John?
John Watson è andato avanti. Ha trovato una compagna, si è ripreso un lavoro, si è persino fatto crescere i baffi: grande, grandissimo omaggio a tutti i Watson degli ultimi cent'anni, si è purtroppo talmente ingigantito da non essere più controllabile. Ho capito, è divertente, ma internet placati, sei ridicolo. Alla quarta volta che rivedo una battutaccia, ho smesso di ridere. 


Più Watson di così, c'è solo David Burke (che io adoravo, perché se ne andò! Era così dashing!)
Ma c'è un gruppetto di eletti che sa che Sherlock Holmes è vivo: in primis, suo fratello Mycroft. Ho adorato la scena di lui, infiltrato, che va a recuperare Sherlock, ma solo dopo averlo fatto malmenare un po': fa molto film di spionaggio o di James Bond, cose che piacciono molto a Mark Gatiss, e non gli do affatto torto. In più, i loro battibecchi al Diogene's Club! Li adoro! 
Altra chicca difficilmente superabile i genitori di Sherlock: i veri genitori di Cumberbatch li interpretano, da bravi attori quali sono, ed è innegabile la somiglianza, così come è evidente che sullo schermo Benedict e Timothy hanno una chimica innegabile, e sua madre sembra davvero la donna più amorevole ma decisa del mondo. Con riscontro poi di ciò che si vede nell'ultima puntata, il gene dell'intelligenza viene sicuramente dalla madre, anche se la dolcezza e l'amore del padre in qualche modo è stato trasmesso a entrambi i piccoli figli inquietanti che hanno generato.


Amateli, perché sono bellissimi. E perché a quanto pare Benedict era una piccola scimmia.
E ora, parliamo dell'elemento ostico per i più: Mary Morstan.
È interpretata da Amanda Abbington, nella vita la vera compagna e madre dei figli di Martin Freeman, e a me piace tanto. Non lo dico per questo fatto, ma perché l'ho vista recitare in Case Histories prima e mi rendo conto che è una brava attrice. 
Detto questo, sono convinta che dare in mano a Mark Gatiss questo episodio sia stata una mossa vincente: Mark è lo scrittore dei rapporti più semplici quanto dolci, dove l'ordinarietà di una famiglia normale diventa bellissima e delicata. Gliel'ho visto fare anche in Night Terrors, episodio di Doctor Who, e non glielo si può contestare. 
Mary Morstan insomma è la vera compagna di John Watson: è capace di rispondergli a tono, anche scherzando, durante la sua proposta e gli sta davvero accanto quando riceve la rivelazione di Sherlock. Non si mette in mezzo urlando contro Sherlock, sa che devono parlarsi tra loro. Non si mette a fare scenate di gelosia, anzi, capisce che Sherlock è importante per John e quindi entrambi ora lo sono. Anche Sherlock capisce questo, e non si metterà mai contro di lei o non la ignorerà come ha fatto con tutte le altre. In questo senso trovo che il rapporto di reciproca simpatia tra Sherlock e Mary sia azzeccato, perché hanno entrambi a cuore, molto a cuore, la stessa bella persona, e non poteva essere altrimenti. 


Con i Pink Martini non si sbaglia mai: ho ballato e cantato questa canzone per giorni, e continuerò!

Mi piace molto anche il fatto che Mary non si metta in mezzo, che non sia particolarmente presente in questo episodio che è principalmente di Sherlock e John, ma che sia lì quando ce n'è bisogno.
Sì, lo so. Ora che abbiamo anche His Last Bow ci possiamo porre delle domande, e io vi do le mie risposte. Abbiamo visto tutti che Sherlock deduce "Liar" (bugiarda) su Mary. E ha sentito "puzza di bruciato" (e non cercavo di fare un gioco di parole, cioè "no pun intended") quando ha riconosciuto lo skip code. Come allora spiegarsi questo suo rapporto così stretto? Ne riparlerò nell'ultima parte, ma sono convinta che la chiave sia proprio nel fatto che Mary ama davvero John, e questo è ciò che Sherlock ha dedotto. 


Mary, che decisamente invidio per la bellezza anni 20... anche se il biondo non è il massimo
Questo episodio si contraddistingue soprattutto per la dinamica di riavvicinamento di John e Sherlock: ho sentito molti lamentarsi sulla banalità o inesistenza di un vero e proprio caso, e che la minaccia terroristica e l'attentato a John sembrano buttati lì per caso. La Casa Vuota, a suo modo, non brilla per originalità o suspance, e non è stata comunque omaggiata qui, ma nell'ultimo episodio. Ho notato che questa stagione si è concentrata sull'aspetto umano e sui sentimenti dei personaggi, e con una profondità del genere era impossibile non sacrificare almeno la parte prettamente "crime"; da fan accanita del giallo all'inglese non sento la necessità di lamentarmene, non stavolta. 


Come in ogni rapporto spezzato o incrinato, la riappacificazione avviene in fasi, e ancora una volta mi sento di dire che la scelta di lasciarla a Gatiss, almeno per lo script, è stata azzeccatissima, dato che lui ha un modo particolare per calibrare le emozioni (aiutato, immagino, dalla sua esperienza da attore); Moffat è l'uomo dei sentimenti struggenti e della stretta al cuore, Gatiss è quello della bellezza della semplicità e dell'ondata di calore nel petto.
Primo approccio, disastroso: Sherlock pensava sicuramente di fare una grande entrata, di ricominciare le loro avventure come nulla fosse, ma John è decisamente ferito dal suo comportamento (ed è deciso a ferire Sherlock almeno fisicamente). La differenza si nota soprattutto quando Sherlock tenta subito di spiegargli tutti gli scenari, ma a John, per il momento almeno, interessa soltanto il perché e soprattutto chi altro sapeva, non il come. John è evidentemente infuriato e frustrato, mentre Sherlock vorrebbe riprendere subito a lavorare: ho trovato interessante che Moffat e Gatiss abbiano deciso di non perdonarlo subito, come invece avviene nel canone.



Solo una riga sulla rivelazione di Sherlock a Lestrade e Mrs Hudson: perfette, e fantastiche.

Tra questo e il successivo incontro/scontro, la scena in cui Sherlock parla con Mycroft è emblematica e mi è piaciuta particolarmente. Al di là della divertente gag dei due fratelli che, invece di giocare a scacchi, giocano all'Allegro Chirurgo, proprio questo escamotage da modo di creare uno scambio interessantissimo: Sherlock riesce a mostrare a Mycroft che l'amicizia di John l'ha reso più umano e l'ha reso molto meno solo. In qualche modo, vorrebbe che anche il fratello maggiore sperimentasse questa gioia, anche se Mycroft è naturalmente scettico e non ha intenzione di dimostrarsi debole con il suo fratellino minore, che considera ancora troppo vulnerabile e bisognoso di attenzione (tema che si ricollega ancora una volta a His Last Vow).
I due riferimenti al canone che ho individuato, ovvero le deduzioni sul cappello - simili all'inizio de L'Avventura del Carbonchio Azzurro - e il caso sviscerato con Molly - evidentemente, Un caso di identità - nonché il tentativo di John di smascherare Sherlock - Holmes è spesso e volentieri in incognito in molti suoi casi, e Watson non lo riconosce mai - mi hanno ricordato e dimostrato per l'ennesima volta l'omaggio e l'amore degli autori per le avventure originali.


Adoro Un caso di Identità!!!
La dinamica tra Sherlock e Molly è di nuovo affrontata in maniera molto dolce e tenera: lei è sicuramente ancora affascinata da lui, probabilmente innamorata di lui, decisa a non volerlo cambiare, e per questo ha ormai gettato la spugna, trovandosi un fidanzato (fotocopia). Sherlock è riuscito a dirle quanto è importante per lui, anche se forse lei non ci crede, ma apprezza il gesto.

È evidente che fino ad adesso, i due si sono mancati, perchè nonostante conducano vite separate, il ricordo dell'atteggiamento dell'uno verso l'altro influenza ciò che fanno separatamente. Il secondo tentativo di riappacificamento tra John e Sherlock riesce ad esserci grazie al salvataggio in extremis dall'essere bruciacchiato con Guy Fawkes. È John a fare il primo passo, tornare a Baker Street, ma ancora non è sereno: solo constatare che anche i suoi genitori erano a conoscenza del segreto lo agita. Sherlock tenta davvero di scusarsi di nuovo, ma è l'avventura che di nuovo si impossessa di lui, e cerca di coinvolgerlo: questa volta ci riesce, e la loro riappacificazione deve attendere: Londra va salvata.

Il terzo tentativo può sembrare quello definitivo, ma non è così, non lo penso: Sherlock sta di nuovo tentando di ingannare John, di farsi perdonare in fretta e con un colpo di scena, sul filo del rasoio. Sherlock sta recitando una parte, sta fingendo un rimorso che non prova, sta punzecchiando il suo amico, come un gatto fa con il topo. Il suo pentimento non è autentico, mentre John è terrorizzato e sicuro di perderlo e nonostante la rabbia, gli dice ciò che pensa di lui, lo chiama il più grande e il più saggio degli uomini che ha mai conosciuto... lo perdona, seppur arrabbiato e...

Un po' di sana suspance, naturalmente, e finalmente la spiegazione più plausibile. È quella vera? Forse, io penso di sì: non potendo prevedere le mosse precise di Moriarty, Sherlock e Mycroft ne hanno ipotizzati un certo numero e creato "trucchi" per salvare Sherlock in tutti questi, e "Lazzaro" è quello che hanno dovuto mettere in atto. Anderson in questo caso è stato usato come tramite o come personificazione dei fans, o di un certo tipo di fan: la scrittura di Gatiss è, ancora una volta, magistrale. Anderson infatti dice che "non l'avrebbe fatto in quel modo", che è "deludente". Gatiss e ovviamente Moffat stanno tentando di creare una specie di collegamento tra sé e lo spettatore, stanno mostrando come loro pensano che lo spettatore potrebbe reagire e interagire, pur con un pizzico di autoironia: Sherlock infatti risponde "Oh, sono tutti critici ora".
Anderson, in ogni caso, continua a incaponirsi: gli autori sanno che certi fan non apprezzeranno i loro sforzi, e ne prendono atto, come ogni buon comandante sconfitto.
Lo trovo assolutamente geniale!

... e poi la bomba non esplode. Qui crolla la maschera di Sherlock e il perdono non viene cancellato solo è ancora "adombrato" di una patina di imbarazzo e di falsità: Sherlock non si è davvero ancora scusato, non veramente, e anche John come lui è incapace di esprimere ciò che provano l'uno per l'altro, l'affetto, l'amicizia, la lealtà... Io non sono di quelli che li vede come coppia omosessuale, fatevene una ragione: ma sono più che convinta che si vogliano davvero un bene dell'anima. 

Ed è il quarto e ultimo momento di Sherlock e John insieme che li riappacifica del tutto. Dopo aver salutato e parlato con gli amici più stretti, sono soli: John ribadisce quanto conosca Sherlock, Sherlock resta impettito, ma ascolta, ascolta eccome.
In due righe, il perdono è totale: sì, Sherlock ha sentito la richiesta di John.

Un veloce assaggino della presenza del cattivo, di questo Lars Mikkelsen splendido e magnifico... e la puntata è finita.

Cosa posso aggiungere a questo post infinito e lunghissimo? Gli attori sono stati sublimi, ma cosa ve lo dico a fare?
Non sapendo davvero più cosa aggiungere, concludo qui per questo episodio, e vi aspetto per il prossimo!


TU... NON PUOI.. PASSAREEEEE!!!
Ma puoi passare al prossimo post ;) quando sarà pubblicato

Sherlock, serie 3 - pensieri e riflessioni! parte 1 - Premessa e Many Happy Returns.

Non poteva mancare un blogghino su Sherlock, naturalmente! Cercherò di mantenere una sorta di ordine in questa mia elucubrazione, ma come sempre non posso promettere niente. Proverò a parlare di ogni cosa episodio per episodio, ma ora che ho una visione completa avrò anche qualche spunto in più (per questo ho atteso, sono furba eh?).
Il materiale è tantissimo, perciò diluirò il tutto pezzo per pezzo.

Ricci, cappotto, pioggia: ciao Sherl <3
Premessa che mi pare doverosa: molti hanno atteso questa serie, e per tanto tempo. Due anni sono lunghi in un palinsesto in cui siamo abituati ad avere una serie dietro l'altra, a volte con pause di pochi mesi. Gli americani sono bravi in questo, e se lo possono permettere: molti soldi, molti attori pronti a scavalcarsi per una parte che li lanci finalmente, molte location, molti network, molti produttori.
Il Regno Unito è un paese piccolo. Spesso si ironizza (grazie a Tumblr principalmente) che abbiano solo 12 attori, 4 location e... un solo ombrello (quello di Mycroft). Finanziare una serie di tre film da 90 minuti non è una sciocchezza, pagare due attori protagonisti ora molto famosi, trovare un cast di contorno, ripristinare i set a Cardiff, ritrovare le location a Londra, finanziare una post produzione digitale e di effetti speciali non complessi ma presenti, ecc... non è uno scherzo. 
Mi rendo conto che appunto due anni sono un'attesa lunga, ma per lo sforzo da fare, la pianificazione, gli impegni di tutti, è un miracolo che ci abbiano messo "così poco". Attendere tanto, o almeno tanto per gli standard dei più, crea particolari aspettative, ancora più forti di quelle che si erano create a suo tempo sul cliffhanger della prima stagione. Personalmente, sono una che tenta di non aspettarsi nulla in particolare, perché mi piace farmi sorprendere e non mi piace farmi deludere da me stessa. Tengo la mente sgombra più che posso.
Ho letto però molta delusione intorno a questa terza serie, e l'unica ragione per cui mi possa spiegare questa reazione è appunto l'aspettativa: tutti vorremmo che il nostro telefilm preferito abbia determinate situazioni, mostri determinate scene, ma non siamo noi a farlo, e a volte quello che vogliamo non è quello che potrebbe funzionare meglio. Lungi da me cercare di convincere persone a pensarla come me, ma mi piacerebbe che riflettessero un po' su questo, e su quello che sto per raccontarvi. 

Professori di Marketing Virale molto fieri dei loro allievi, che ora lavorano per la BBC
Ho divagato? Oh, sì. Scusate... Cominciamo!

Mini-episodio: Many Happy Returns

Steven Moffat e Mark Gatiss sono due fanboy: in italiano possiamo dire degli appassionati particolarmente entusiasti, anche se la traduzione non terrebbe mai il giusto livello di follia. Come meglio introdurre la nuova stagione se non con questo? Ma soprattutto se non usando una loro pseudo-proiezione nella storia, e cioè Anderson?
Anderson è passato da colui che è molto infastidito dalla presenza di Sherlock a suo grande fanboy: scontato? Forse, ma ci voleva, ci piace, lo adoriamo! Qualcuno che, dopo aver dubitato di una persona per tanto tempo, si accorge troppo tardi del suo errore... ma è davvero troppo tardi?
Adorabile, quando rintraccia i vari casi di Sherlock, facendo notare che non è veramente idiota come è sempre stato dipinto nel primo episodio. Adorabile soprattutto Lestrade, convinto da se stesso o meglio dal proprio dolore a non credere a tutte quelle storie. John, a sua volta, ci spezza un po' il cuore: è serio, è ferito, è triste. Rivedere il suo amico Sherlock, ancora poco avvezzo all'umanità, gli strappa un sorriso quando si rende conto e ammette di aver fatto qualcosa di indelicato. Quel sorrisetto sul volto del suo migliore amico ci ha fatto del male e del bene insieme. Molto bello anche il graduale "scoprirsi" di Sherlock: dal monaco con il cappuccio alla sagoma, alle mani, per poi finire solo nel video a vederlo a figura intera.
Citazione preferita: "Only lies have details" (tema che mi ricorda una battuta molto simile se non uguale, in un suo stesso episodio di Doctor Who scritto da Moffat. Parlerò di questa ripetitività Moffattiana nella parte su His Last Bow - e non la considero un difetto, ve lo dico subito).
Sherlock sorride e fa l'occhiolino ("sembra piacere alla gente, mi rende umano") e noi stiamo già esultando. Deduzione corretta, Sherlock: alla gente piace.

Non fare così, Greg. Te la prendiamo un'altra birra, tranquillo.

lunedì 25 novembre 2013

"In tutta la mia vita non ho mai incontrato qualcuno che non fosse importante" - Sul Dottore e l'importanza della narrativa

No, il blogghino sul Dottore non lo volevo fare. Non perché non avessi niente da dire, è che non sapevo cosa dire. Poi però è passata Stefania. Leggete quel che ha scritto, di sicuro è meno prolissa e molto più brava di me qui sul suo sito ufficiale, che lei è una donna seria.

Che poi a pensarci bene io non mi ricordo nemmeno come ho incrociato Stefania la prima volta. Non l'ho neanche mai vista in faccia. Sono sicura che sia una bella signora, e per signora intendo una vera Lady, perché quando qualcuno ti fa sentire importante tanto da citarti quando parla di cose belle deve essere per forza una bella persona. Non è questo il punto. Il punto è che ora rifletterò su cose che normalmente mi fanno sentire inadeguata, sciocca e strana di fronte al mondo e di fronte a questo mondo io dichiarerò espressamente (per questo scrivo nel blog, metaforicamente il mio "ehi mondo, hai due minuti per ascoltare la parola della Michela?") che non sono né inadeguata, né sciocca. Forse un po' strana ma ehi, la normalità è noiosa.

Sabato sera, in una città di provincia in cui se non vai in discoteca puoi anche non esistere, io ero in compagnia di due amici a guardare Rai4 mangiando dolci fatti in casa (dalla sottoscritta, sono abbastanza brava) a guardare Doctor Who.
Chi mi conosce sa di cosa parlo, per dirvela in due aride parole è un telefilm, una serie tv, fantascientifica in cui un alieno da un pianeta lontano, in aspetto molto simile a un uomo normale, viaggia nel tempo e nello spazio e ha delle avventure.
Ma non è solo questo.

Qui scatta l'allarme: nella testolina della gente iniziano a squillare sirene, girano luci rosse in ogni dove, porte tagliafuoco si chiudono ermeticamente ed è il fuggi fuggi generale. Ecco che la solita sfigata assurge a grandezza una cosa sciocca, soltanto 45-50 minuti a settimana di avventure. Ci si sente sciocchi, inadeguati, strani. Si preferisce sorridere di circostanza e dire "sì ma sai, in fondo è solo una serie tv".

No! Mi prendete in giro! Non me ne frega niente che la società vi dica che essere conformisti alla stupidità generale è meglio che seguire le proprie inclinazioni, la propria sensibilità e cercare di migliorarsi. Io ci tengo alle persone, voglio che migliorino, pretendo che coloro a cui voglio bene non peggiorino. Quando scopro una cosa bella, piccola o grande, voglio che la gente la veda non per sentirmi dire "che brava che l'hai scoperta", voglio che la gente pensi "voglio fare anche io una cosa così bella, perché posso farcela anche io".

Ho perso il filo del discorso, lo faccio spesso. La questione è questa: perché le avventure di un alieno, ovvero qualcosa che non esiste materialmente e non ti da soldi o altro è così importante per te?
Per lo stesso motivo per cui è importante la letteratura, il cinema, la buona televisione. È il motivo che spinge la gente a leggere e produrre narrativa. Siamo tutti storie e ricordi, alla fine. Siamo umani, siamo delle creature straordinarie che sanno creare mondi con un pezzo di carta e una penna. Siamo allo stesso tempo creature semplici, e la semplicità ci da la possibilità di essere felici, con quel poco che abbiamo, perché con esso creiamo cose così maledettamente belle.

Doctor Who l'ho scoperto grazie a Harry Potter. Passo indietro: scoprii Harry Potter perché persone a cui volevo bene volevano farmi stare bene, volevano che la mia curiosità personale venisse saziata con qualcosa di interessante, che da essa traessi delle lezioni magari. Cosa ho tratto da 7 libri è stato molto ed è difficile riassumerlo in poche righe, non vorrei tediarvi: vorrei spronarvi a scoprirlo da soli. Non sentitevi sciocchi, andate in biblioteca o libreria e siate fieri di portarvi a casa una bella storia. Non fa male a nessuno, può solo fare del bene.

Doctor Who l'ho scoperto perché un personaggio chiave di Harry Potter è interpretato da uno degli attori che ha interpretato il Dottore. Sì, il Dottore può cambiare "faccia": un espediente narrativo utile a non chiudere un buon prodotto televisivo si è rivelato fautore di grandi lezioni e grande letteratura (sì, la chiamo così, fatevene una ragione).

Lasciatemi riflettere su questo: cosa mi ha insegnato il Dottore? Proviamo a buttare giù qualche idea. 
- Banalmente, l'inglese e un po' di informatica: ho "dovuto" guardarlo in lingua perché non v'era altro modo di reperirlo quando iniziai a vederlo, e ora so parlare l'inglese molto meglio di quanto non avessi potuto fare con tutti i corsi d'inglese della mia vita. Per cercare informazioni, produrre fanart di ogni tipo, ho dovuto scontrarmi con la tecnologia e imparare ad usarla. Tutto questo mi serve per lavorare, mi è utile per lavorare meglio;
- Di conseguenza, l'arte non è inutile: per arte intendo a tutto tondo, dall'arte grafica  in senso stretto alla letteratura, passando per la musica. I libri, e di conseguenza tutto ciò che necessita di essere scritto come le canzoni, le serie tv, i film, ci fanno stare meglio, ci fanno evadere, ci fanno pensare, ci fanno protestare, ci fanno migliorare, ci rendono potenti senza dover avere un'arma che spara, una spranga che ferisce, i soldi che comprano.
- Sempre di conseguenza, i soldi non sono importanti, sono uno strumento per arrivare da qualche parte, ma non devono essere il fine.
- La violenza non è la risposta, perché crea altra violenza, crea dolore e il dolore crea rabbia, la rabbia fa fare cose stupide.
- Tutti sono importanti: ognuno ha una sua unicità e questa è una cosa su cui mi vorrei soffermare. Neil Gaiman, autore di libri splendidi e anche lui autore di storie del Dottore, ripete spesso l'importanza della letteratura e dell'unicità di ognuno di noi. Sarà anche di parte, lo farà perché lui con la letteratura ci vive, ma tutti abbiamo bisogno di credere in noi stessi, per vivere meglio, per dare il meglio di noi stessi perché sappiamo che qualcosa ne scaturirà. Io ne avrei avuto senz'altro molto più bisogno nella mia vita.
- Amare qualcosa può generare meraviglie: gli autori che oggi hanno realizzato il loro sogno di bambini scrivendo Doctor Who, basti citare Russel T. Davies, Steven Moffat, Mark Gatiss e appunto Neil Gaiman, come me e come tanti altri non si aspettavano che da una passione osteggiata e maltrattata da veri e propri "nerd" ne sarebbe uscito così tanto. Ognuno di loro ha infuso la propria passione in ciò che fa, e ha creato capolavori che fanno commuovere, ridere, riflettere, agire. 

Questo elenco potrebbe andare avanti all'infinito, meglio che mi fermi qui. 
Cosa posso aggiungere per concludere? 

Grazie Dottore per avermi insegnato tanto e per avermi fatto compagnia quando ne avevo bisogno e quando non ne avevo bisogno. Per avermi fatto ridere e piangere e riflettere e agire, per avermi fatto interrogare sul perché delle cose, per avermi convinto a fare la cosa giusta, per avermi fatto vedere che a volte è semplice stare bene e far stare bene gli altri, più di quanto credevo. Continuerò ad aspettare di sentire il suono della tua cabina blu e la tua voce che mi dice "Corri". 

domenica 27 ottobre 2013

Il quinto potere: recensione/riflessione


Dalla prima foto di Benedict Cumberbatch conciato da Assange attendevo di vedere questo film, e finalmente ieri sera, ce l'ho fatta! Premesso tutto che non conoscevo e non conosco tuttora direi la vicenda esatta di Wikileaks, avevo appreso sommariamente che era un sito internet su cui venivano (vengono ancora?) pubblicati documenti riservati, con il malcontento dei governi, il trionfo dei giornalisti e possibili ripercussioni sulla gente coinvolta e comune, e che Assange è ora ospite di un'ambasciata a Londra per evitare la deportazione e il processo, che io credevo legato a questa fuga di notizie ma effettivamente non è così.

La foto era questa:

"Come t'hanno conciato, Benedettino di Micheluzza tua?" Mi chiesi.


The Fifth Estate è stato intitolato in Italia Wikileaks: Il Quinto Potere. Non mi permetto di questionare sulla scelta di inserire anche il nome dell'organizzazione nel titolo, che attira le masse e definisce meglio di che cosa si stia parlando. C'è da dire che a mio parere nel film non si parla tanto di Wikileaks, dato che non è un documentario, quanto del potere dell'informazione. Il tema fondamentale del film tratta di come le informazioni vengono incanalate, presentate, diffuse all'alba di questo 21esimo secolo. Il Quinto Potere siamo noi: è questo il messaggio, o uno dei messaggi, della pellicola.



Locandina originale in cui la parola "Wikileaks" non appare (se non nei credits)

Spenderò qualche parola buona su Benedict Cumberbatch, concedetemelo. Per il lavoro di trucco-parrucco tanto di cappello agli appositi reparti della produzione: superbo, contando quanto il viso di Cumberbatch poco si presti a venir cammuffato, tanto è particolare. Ma fatemi dire che come sempre questo ragazzo è un piccolo Dio della recitazione. Imitare semplicemente qualcuno è una cosa che facciamo tutti, cogliendo un tic, una parola particolare, un tono di voce. Cumberbatch fa qualcosa di molto più sottile (e non l'ho neanche visto in lingua, non oso pensare a cosa sia in lingua!), restituendoci non una caricatura o una fotocopia di Assange, ma riprendendo determinati movimenti  della persona che sta interpretando, riconoscibili ma non esasperati, sforzandosi di non tanto fare il verso quanto darci un'idea di chi è colui di cui sta recitando la parte. Julian Assange non è così, impossibile dirlo e impossibile interpretarlo alla lettera, come ogni vero essere umano. Cumberbatch è un professionista, e lo sa. 

L'Assange di questo film è un personaggio, in una storia. È un essere umano ferito, calpestato, che ha cercato di dimostrare al mondo che niente e nessuno potrà fermarlo, dovesse ferire e calpestare lui stesso gli altri, ed in questo aspetto si dimostra non solo la debolezza di Julian quanto la debolezza di ognuno di noi, dove il nostro ego sorpassa ciò che di buono vogliamo fare attraverso esso. È un essere umano e quindi egoista, primadonna, vulnerabile e insieme una macchina.


Benedict e quello che visto così pareva lo screensaver di Matrix.


Altre buone parole le spendiamo anche per Daniel Brühl, interprete di Daniel "Schmitt", il primo e per molto tempo unico collaboratore di Assange, di cui non avevo visto niente finora. Regge la narrazione con una padronanza e una disinvoltura che ti permettono di seguire il film senza dover troppo impazzire a cercare di capire il suo punto di vista. È un ragazzo che vuole fare qualcosa di buono, per il mondo, e trova la possibilità di inseguire questa sua speranza attraverso uno strano ometto australiano che salta da aeroporto ad aeroporto. Non è il più intelligente dei due, non è il più bravo dei due con i computer, ma mette tutto se stesso in quello che fa, è generoso, è attento, vuole fare le cose per bene e non deludere nessuno. È l'emblema di ciò che ogni persona normale, ogni persona per bene che vuole cambiare il mondo probabilmente farebbe. È giustamente il personaggio che nell'economia della narrazione ci accompagna. Viene intossicato dall'enorme potenzialità che Julian gli conferisce, rendendolo partecipe, ma non ne viene avvelenato, tanto che quando cerca di fare la cosa giusta, coinvolgendo altre persone come lui, è quello dei due che mantiene i piedi per terra, il cui panico è palese sulla pellicola quando si rende conto che Julian è mosso da se stesso più che dalla notizia.

Daniel e gli sticker nerd sul suo portatile.
Ho pensato al personaggio di Alicia Vikander, chiedendomi quale è stata la sua funzione nei pochi minuti della sua interpretazione, così come mi sono chiesta cosa ci hanno messo a fare Dan Stevens e Peter Capaldi, tre piccoli grandi talenti che in tutto, e intendo tutti e tre insieme, se hanno mezz'ora di scene è già tanto. Riflettendo un po' mi rendo conto che non sono stati sprecati.


La Vikander interpreta la fidanzata di Daniel, che all'inizio sembra solo un elemento di contorno, la figura femminile da inserire per evitare che il film venga definito maschilista. Trovo però che, a conti fatti, sia stato molto importante inserirla, per far vedere ancora di più quanto effettivamente Daniel, tra i due, è quello che è ancora attaccato alla realtà, che ha qualcuno da cui tornare - pur con i reali alti e bassi - qualcuno che crede in lui e che lo aiuta, che mette da parte il proprio egoismo, quando è necessario. 

E ci credo che sorridi, Alicia, mannaggia a te.
Su Peter Capaldi sono ormai di parte, perciò cercherò di essere breve. Capaldi è Alan Rusbridger, editore del Guardian. Impossibile non pensare per un attimo a Malcolm Tucker nei suoi gesti e parole da leader, ma naturalmente per quanto ormai typecast (stereotipato a livello attoriale, traducendo), ad un occhio attento è evidente che è stato scelto per l'autoritatività, se mi passate il termine, che sa dare, anche semplicemente nominato al telefono dal suo reporter, o nelle fugaci scene in redazione. Ma procediamo o la fangirl che è in me non la schiodiamo più. 
Dan Stevens è il belloccio inserito nel mezzo, ma non inutile, tuttaltro. È infatti la figura speculare a quella dei giovani di cui Julian, grazie a Daniel, inizia a circondarsi. Dove infatti i volontari di Wikileaks sono la nuova frontiera non professionale del giornalismo d'assalto, il personaggio di Stevens è il giovane giornalista che ha scelto la via ortodossa per raggiungere il suo obiettivo - lavora infatti al Guardian - ma non è meno appassionato degli altri: lo vediamo nell'unica scena in cui si esprime direttamente, dimostrando l'entusiasmo per il suo lavoro e la paura che questo venga denaturato e svilito da chi lui pensa non abbia a cuore ciò che lui stesso ha a cuore.

Belli de Micheluzza vostra, tutti e due. Però Dan, Peter, mangiate, che siete troppo magrolini.

Laura Linney e Stanley Tucci sono altri due attori superbi, che recitano i ruoli di personaggi molto importanti che si prendono il giusto tempo, anche se un po' poco, sullo schermo, senza i quali l'altro lato dell'Oceano non avrebbe avuto autorità o umanità, ma soltanto una maschera di falsità e crimine. Splendida Laura, un quasi sprecato Stanley, ma dovrei affiancarlo a un quasi sprecato Capaldi, a sto punto.

In sostanza, anche il cast di "contorno" non fa affatto soltanto da contorno, e includo anche tutti coloro che non ho nominato.


Laura e Stanley, in un momento di gossip.



Perfetta la scelta di David Thewlis per Nick Davies, il reporter del Guardian che tiene le trattative per l'esclusiva o meglio per la condivisione del materiale. Attore di grande talento, come sempre, ci regala un'interpretazione autentica e per nulla melodrammatica, e allo stesso tempo non fredda o artificiosa. Sempre parlando a livello narrativo, il suo personaggio è la controparte "buona" di Daniel, il giornalista di vecchia data che non ha perso il contatto con ciò che sarebbe giusto pubblicare ma allo stesso tempo cerca di fare in tutto e per tutto gli interessi dei suoi capi. Emblematico è infatti il discorso che fa con Daniel quando il film si avvia alla conclusione, parlando del sacrificio di una generazione per permettere a quella successiva di avere più libertà, che manca di disincanto ma non di speranza.

Perché sprecare un'occasione per mettere un'altra foto di Peter, quando non trovo foto di David che mi aggradino più di questa?

L'espediente di mostrare un grande numero di scrivanie "a cielo aperto" mi sembra molto interessante, se non azzeccata: laddove infatti sono migliaia le postazioni, gli esseri umani sono due, non hanno un ufficio vero (da qui il cielo sopra le loro teste), ma (spoiler!) questo permette di creare la bellissima scena della distruzione di tutto con una forza visiva che non ci sarebbe stata se semplicemente avessero preso a mazzate i veri server.

Parlare faccia a faccia è per i perdenti!
La manipolazione delle informazioni è quindi uno dei temi fondamentali, o forse lo sono le informazioni in generale, e in che modo il rapporto con la notizia plasma e mette in luce la natura umana. Se da una parte Daniel vuole mostrare la verità, per la giustizia e per tutto ciò che è necessario per averla, nel mondo, allo stesso tempo si rende conto che non è un professionista, ma che ha fatto la sua parte, ed è pronto a mettersi da parte o a collaborare per arrivare al fine più alto. Julian, invece, è troppo preso da se stesso, da ciò che è riuscito a fare, ripete sempre, da solo, anche se non è sempre stato solo: lui non si fa da parte, ma mette all'angolo gli altri, inganna, e comunque non è possibile condannarlo del tutto, per via del suo passato, ma anche perché è capace di manipolare anche te, pur di non manipolare il materiale. In fondo, lui vuole solo sbattere in faccia al mondo la verità, e venire lodato per questo, e forse la giustizia non c'entra molto.
I giornali? Sanno fare il loro lavoro, vogliono lo scoop, ma hanno una politica da seguire, hanno dei paletti che laddove possono rappresentare degli ostacoli, in alcuni casi rappresentano la capacità di proteggere soggetti sensibili, non di censurarli. La politica americana deve conservare il proprio decoro di fronte agli elettori, e proteggere i cittadini, e a suo modo si confronta con tutto questo.
La fuga (leak) di notizie avviene tramite un giovane soldato: ingenuo? Forse. Ma anche lui rappresenta quella generazione frustrata dallo schifo che si vede intorno, e scatena gli eventi. È grazie al suo gesto che possiamo renderci conto di come reagiscono i personaggi e interrogarci su come reagiremmo noi.

Bill Condon, regista che mi figuravo più alto, e Benedict Cumberbatch.
L'opinione che ci si può formare sulla vicenda di Wikileaks non è il punto, trovo non sia ciò per cui il film è stato prodotto, da spettatrice. 
Assange ha dichiarato che questa pellicola si è basata sui resoconti meno attendibili della vicenda, e probabilmente produrrà un film tutto suo. Comprensibile che questa sia la sua posizione, perché parla dal suo punto di vista, che non è artistico, e non gliene faccio affatto una colpa, anzi. 
Ciò che io ho tratto da questo film è che forse davvero il coraggio è contagioso, o meglio, che con la forza di volontà, la tenacia, la passione ma soprattutto il contatto con la realtà, il lavoro di squadra, la considerazione degli altri, si può cambiare il mondo, o iniziare a cambiarlo. Ed è importante fare il primo passo.

venerdì 30 agosto 2013

Inside the Mind of Leonardo

Non credo di essermi ancora ripresa a dovere dalla visione di questo documentario, lo ammetto. E ammetto pure che forse (o sicuramente) molta della mia fascinazione è dovuta alla ultima fissa/cotta/ossessione per Capaldi. Ormai è assodato: il mio giudizio potrebbe essere vagamente influenzato dalla fissa del momento... ma questa dovrà pure nascere da qualcosa? Se il talento (e tutto il resto) non ci fossero, non mi ossessionerei no?


Nella disperata e affannosa ricerca di tutto il lavoro di quest'uomo, mi sono imbattuta su tumblr in una foto piuttosto semplice, in realtà, con spruzzato in qua e in là il nome di Leonardo Da Vinci. La fascinazione del mondo per questo genio che fu fortemente incompreso dai suoi contemporanei e immagino anche da noi oggi, in larga misura, è molto forte nel mondo, soprattutto fuori dall'Italia. Merito di Dan Brown? Il Codice Da Vinci è una cozzaglia di imprecisioni, baggianate e corbellerie, ma non si può dire che sia un thriller fatto male. Merito forse del sorriso enigmatico della Gioconda? Al Louvre è assediata da migliaia di persone, ma non ha neanche ciglia e sopracciglia, oltre ad essere di un formato quasi francobollo.


L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp, altrimenti conosciuta come
la Gioconda coi baffi (Capaldiani, da questa foto)

Forse, in quanto italiana e immune alla sindrome di Stendhal (o così dice wikipedia, dato che ogni tanto un principio di svenimento e l'emozione che ti devasta ce l'ho eccome), non ho mai subito particolarmente il fascino di questo uomo rinascimentale, vuoi per la ricorrente ironia sulla presenza continua di Giorgio Vasari come fonte per le Vite dei grandi artisti, che è una battuta storica tra me e quell'artista di mia cugina, vuoi per la quantità e qualità di tanti altri maestri e personaggi di grande cultura e arte. Quanto mi sbagliavo...

Giorgio Vasari, in confidenza Giorgetto, uomo prolisso.
L'approccio utilizzato da questo documentario "Inside the Mind of Leonardo", targato SkyArts, non è il solito "ora vi mostro in maniera didascalica tutte le opere di Leonardo, e poi vi dico giusto qualcosina su di lui, ma in maniera molto piatta". Senza dare per scontanto nulla, si ripercorre la vita di Leonardo utilizzando qualche accenno di biografia, inframezzato da immagini moderne dei luoghi della sua vita, ricostruzioni digitali (e in 3D) delle sue opere e brani dei suoi diari, sugli argomenti più disparati, recitati da Peter Capaldi (vedere il mio post precedente per una parte dei deliri ehm degli apprezzamenti su di lui).


The dashing Scotsman
È lo stesso Capaldi che ci introduce alla narrazione, con un incipit che all'apparenza è accademico, ma dimostra l'intraprendenza e il coraggio di Leonardo: vuole lasciare memoria di sé nella mente degli altri, e di coloro che diranno che il suo lavoro è senza valore, dice (e la traduzione è mia): "i venti che respirano dalle proprie bocche sono come le scorregge che emettono dai loro deretani".
Un brevissimo video ci mostra l'originale da cui tutto il documentario è preso: semplice, immediato, diretto. Un curatore sfoglia le pagine e in sovraimpressione, il "disclaimer". Tutto ciò che si sentirà, viene dai suoi diari.
Prima apparizione Capaldiana nel documentario. Hellou...

I suoi ricordi si mischiano, nella voce narrante, a stralci di elucubrazioni, liste della spesa, idee sull'arte, prove di discorsi pubblici, bozze di opere incompiute, discorsi sull'anatomia e la scienza, pensieri intimi sulla sessualità, battute, storie e parabole. A volte, una scritta ci informa su cosa ha fatto prima e dopo, dove si trovava, ma in maniera asciutta, immediata, diretta. Tra una immagine e un progetto animato, Capaldi appare in scena, vestito in maniera semplice e potenzialmente senza tempo: un semplice pantalone blu o marrone con le bretelle, una camicia dal colletto alla coreana, uno scarponcino, a volte un gilet blu e una sciarpa rossa. A mio parere funziona in maniera molto più fluida e meno divagante di un possibile costume d'epoca: in quest'ultimo caso sarebbe sembrato solo un omino bizzarro, dalla barba folta e gli abiti strani, e si sarebbe fatta meno attenzione a ciò che diceva, caricando le sue parole di un significato artefatto. Il set in cui si trova sembra un vecchio edificio diroccato, spoglio, ampio, quasi neutro, ogni tanto una poltrona o un letto. Tutto è all'insegna del minimalismo, per far emergere senza filtri o artefìci le parole del maestro.

Leo/Pete tra le rovine, con un po' d'uva e vino, che non fa mai male
I suoi progetti vengono mostrati con delle ricostruzioni animate, che sono state trasmesse anche in tre dimensioni. Molte se non quasi tutte le macchine che Leonardo pensò e progettò non vennero mai realizzate. Le sue macchine da guerra non videro mai la luce, almeno fino ad ora: mentre un Leonardo in posa araldica, dopo aver tentato più volte di trovare il giusto tono, ci spiega con il tono febbrile e sicuro di sé del genio le sue invenzioni, le vediamo muoversi di fronte a noi con paura e con lo stupore di vederle così simili a quelle di oggi, quasi mezzo millennio dopo. 
Non solo le macchine ma anche i suoi calcoli matematici e geometrici sono ricreati: i suoi calcoli sull'anatomia e le proporzioni prendono vita istantaneamente con le linee disegnate sulla realtà, facendoci capire il fascino delle scienze che gli studenti considerano più noiose.
Animazione pesantissima che ci metterà una vita a caricarvi, ma non sapevo proprio come mostrarvela altrimenti! Sembra anche a voi una delle sue modelle?
Il documentario, o docufiction se vogliamo usare un termine più cool, è accompagnato nelle parti non recitate dalla colonna sonora di aKido, pseudonimo dell'artista canadese Kim Gaboury, che si può trovare da pochi giorni in vendita online (consiglio da Bandcamp dove il prezzo è minore ma si può aggiungere in caso vogliate dare più del valore prestabilito a questo artista). Senza una voce, le melodie spesso tinte di elettronico ci fanno passare dai paesaggi caldi della Toscana alla vita frenetica di Firenze e Milano, fino ai reconditi anfratti del museo dell'anatomia, toccando le corde delle nostre emozioni e dandoci i brividi, come solleticati da delle piume.

Il volo degli uccelli: una delle ossessioni di Leonardo da Vinci
In conclusione: nonostante quello che immagino sia stata un'accoglienza un po' fredda e distaccata della critica (ad esempio qui sull'Indipendent) io trovo che questo "esperimento" di narrazione sia ben riuscito. Personalmente, mi sentivo ipnotizzata da quest'uomo, che mi raccontava di meraviglie con l'entusiasmo di chi ama ciò che fa, di chi apprezza il potere della conoscenza e della mente. Mi sono emozionata nel sentirlo parlare della sua intimità, del sesso come del suo essere emarginato e deriso, la riservatezza di chi è diverso, forse migliore, e viene messo all'angolo dal senso di inadeguatezza degli altri, che si trasforma in proprio. Leonardo parla ad esempio di pazienza: la pazienza era per lui come i vestiti caldi d'inverno, la pazienza lo proteggeva da coloro che volevano denigrarlo, come gli abiti lo proteggevano dal freddo.

Leonardo, straordinario nella sua umanità
Una prova attoriale di Peter Capaldi, perfettamente all'altezza del compito, se non ben al di sopra di esso, atmosfere coinvolgenti sia per le riprese dal vero che per la creazione dei modellini e i riferimenti alla pittura, non trascurati ma accompagnatori di tutta una serie di tematiche spesso poco sviluppate o ignorate nei discorsi su Da Vinci.

Pout pourri di Leonardicità
Vi lascio il trailer qui, sulla gif di mia creazione (modestamente). Se potete, guardate questo documentario. Vi prometto un viaggio indimenticabile.